ARTURO PAOLI, I POVERI E L’AMERICA LATINA

di Bruna Bocchini Camaiani
 

La testimonianza di vita di Arturo può essere letta solo nel solco di una radicale sequela evangelica di obbedienza ai poveri, che lo ha caratterizzato con grande coerenza in tutta la sua vita, anche se le stagioni della vita della Chiesa e della società erano diverse, così come i continenti nei quali è vissuto.
In primo luogo vorrei sottolineare la sua appartenenza alle ‘due culture’, europea e latino-americana, come disse di lui mons. Fragoso, vescovo di Crateus, il quale apparteneva al gruppo dei vescovi della Chiesa dei poveri, che durante il Concilio si riuniva nel Collegio Belga e che nel novembre 1965 aveva sottoscritto il Patto delle catacombe, ispirato ad un rinnovato modello evangelico e pastorale; Fragoso avrebbe aderito alla ‘Fraternità dei piccoli vescovi’ che si richiamava anch’essa a Charles de Foucauld.
I poveri sono il volto di Cristo, per questo la scelta dei poveri è radicale: Arturo li sceglie e vive con loro nelle più diverse situazioni e può dire «Vivo sotto la tenda». Ma i poveri sono anche quelli che rendono manifesto il messaggio evangelico di giustizia e di pace. La polizia argentina, così come quelle legate alle varie dittature latino-americane negli anni Settanta, lo cercano come un agitatore politico, ma in realtà Arturo è spinto dalla solidarietà e dallo zelo apostolico, che lo portano ad esprimere giudizi molto severi e a compiere scelte di campo inevitabili, molto lontane dalle frequenti prudenze ecclesiastiche.
La sua è una lettura spirituale, attenta ai “segni dei tempi”, di condivisione delle speranze e delle attese, ma il suo giudizio si forma assumendo la condizione dei più poveri e denunciando l’ingiustizia di cui sono vittima; è una spiritualità incarnata nella storia che trae la sua ispirazione dalle condizioni dei fratelli.
Tutti i suoi testi partono da un approccio personale e spirituale, dall’annuncio forte del Vangelo, del Cristo liberatore di ciascun individuo, degli uomini e delle donne, ma liberatore anche della società, della natura, del mondo. È la prospettiva indicata nel Dialogo della Liberazione (1969), che tanta diffusione e influenza ha avuto, con innumerevoli traduzioni in varie lingue. È anche il linguaggio che accomuna tanti vescovi latinoamericani in quegli anni e che gli sono vicini, da Helder Câmara a Evaristo Arns, a Pedro Casaldaliga, da Leonidas Proaño a Enrique Angelelli, che avevano sviluppato gli stessi temi incontrando non poche ostilità tra i detentori del potere politico ed economico, come lo stesso Arturo, condannato e ricercato in Argentina durante la dittatura.
Dopo la pubblicazione della Populorun progressio di Paolo VI (1967), che denunciava il rapporto tra la ricchezza crescente dei paesi ricchi e la povertà in aumento dei paesi poveri, il Messaggio dei vescovi del Terzo Mondo ebbe una vasta eco nella cattolicità. La Chiesa, si diceva in quel testo, non poteva tollerare l’imperialismo del denaro; l’invito era rivolto ai popoli del terzo mondo per incoraggiarli a rompere la situazione di dipendenza e divenire artefici della propria liberazione: «Dio non vuole che vi siano dei ricchi che profittano dei beni di questo mondo sfruttando i poveri. No, Dio non vuole che vi siano dei poveri sempre miserabili» . L’assemblea dei vescovi a Medellin avrebbe non solo parlato di “scelta preferenziale per i poveri”, ma invitava anche i vescovi e la Chiesa a vivere poveramente, con indicazioni che richiamavano il Patto delle catacombe.
Spesso queste posizioni vengono accomunate alla teologia della liberazione. Si è notato recentemente che non è il caso di usare questa accezione al singolare perché varie sono le articolazioni e gli approcci tra autori e movimenti diversi. Il volume di Gustavo Gutierrez La teologia della liberazione è del 1971, due anni dopo quello di Arturo che, secondo alcuni, aveva in qualche modo ispirato anche quei teologi. Ma il linguaggio dei testi di Arturo, come quello di molti vescovi – Romero, Câmara, Fragoso, Proaño – è diverso dal linguaggio dei teologi della liberazione. Non vi si trovano quelle costruzioni teologico-filosofiche, ma denunce evangeliche. Sono denunce in difesa del popolo, di fronte alla violenza delle dittature o dello sfruttamento economico spesso brutale, senza che assumano quella valenza ideologica che alcuni critici, anche ecclesiastici, gli attribuivano.
In una lettera ad Adele Toscano da Săo Leopoldo del 1984, Arturo ricordava una conversazione avuta su questi temi con il vescovo di Caxias do Sul, mons. Moretto, dopo il ben noto documento di Ratzinger di censura: «Dicevo al vescovo, commentando il decreto di avvertenza del Sant’Uffizio, che questo ci aiuterà a controllare il nostro linguaggio che, a volte, con buona intenzione, può suonar male. Anch’io confesso, dicevo al mio amico, a volte posso aver dato motivo di credere che il mio linguaggio era più politico che religioso. E il vescovo mi ha interrotto: “Niente affatto, discordo, perché la ragione per la quale ti accettiamo e ti approviamo è proprio questa di sentire che tu sei nella linea della teologia della liberazione, ma non ti stacchi mai dal linguaggio di fede”. Confesso – aggiungeva Arturo ad Adele – che la dichiarazione non cercata, ma spontanea, mi ha fatto piacere» .

L’origine della divisione e delle difficoltà vissute all’interno della Chiesa latino-americana è da condurre anche al legame di una parte della gerarchia e della Chiesa con la tradizione coloniale o postcoloniale e con le classi dirigenti, un legame storico che spesso rendeva una parte delle gerarchie e del mondo ecclesiastico conniventi persino con le dittature.
C’è poi il problema della recezione del Concilio Vaticano II, che è stata difficile, in particolare con i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, come ha ricordato anche Arturo nel testamento spirituale e come è stato notato da molti storici ed osservatori. Questi pontefici e una parte del mondo ecclesiastico, romano ed europeo in primo luogo, hanno cercato di porsi in una prospettiva di continuità con la tradizione precedente il concilio, negandone il significato di svolta e di nuovo inizio, e di fatto censurando molte esperienze innovative, ritornando ad una logica ecclesiocentrica.
Ma in America latina questo ha significato il silenzio di fronte a soprusi e dittature, mentre non pochi laici e sacerdoti e anche alcuni vescovi, come Angelelli o Romero, venivano uccisi. Il riconoscimento del loro martirio ha richiesto molto, troppo, tempo. Arturo aveva scritto, su richiesta di padre Voillaume, un ritratto del vescovo Angelelli: “La sua identificazione con la gente spiega la coerenza del suo programma pastorale, spesso ostacolato anche da quelli che voleva riscattare da secoli di oppressione e per quell’inerzia fatalista di chi sa di essere escluso da tutti i piani del progresso politico ed economico. […] Non c’è alcun dubbio che l’alleanza tra la spada e la croce, che fu la forza della conquista, diede i suoi frutti. […] I discendenti dei bianchi percepirono rapidamente che questo vescovo non si lasciava acchiappare nelle reti sottilissime del culto, che non si rallegrava nel vedere il popolo addomesticato, unito in una fede comune. […]Ricorsero ad un mezzo stupidamente scherzoso per diffamare la figura del vescovo: burlandosi del suo nome lo chiamarono “Satanelli”. […] Bastò la sua fedeltà al popolo per mettere in evidenza che esiste una religione dell’oppio, sostegno dei potenti e copertura di manovre interessate e sopraffattrici.[…] Nella città più conservatrice dell’Argentina rimarrà per sempre il ricordo del gesto del vescovo che abbandonò il pane e il vino sull’altare all’inizio della messa, attraversò la moltitudine che riempiva la cattedrale, nel silenzio dei grandi drammi, e si diresse verso le autorità per denunciare l’ingiusto arresto dei suoi fratelli, tra cui un sacerdote”. Inoltre ricorda Arturo che durante la visita del generale-presidente il vescovo aveva assistito impassibile all’arrivo, ma si era rifiutato di salutarlo, perché aveva affermato “Il vescovo non può stringere la mano di chi opprime il suo popolo” .  

Con il pontificato di papa Francesco questa realtà e queste testimonianze sono state assunte come voce della Chiesa. La sua predicazione ha gli stessi accenti radicalmente evangelici di tanti vescovi latino-americani e dello stesso Arturo. È stata proclamata la beatificazione di mons. Romero ed è partita la causa di beatificazione per Helder Câmara e per Angelelli. Gli assassini di Angelelli, anche grazie ai documenti finalmente recuperati negli archivi vaticani, sono stati condannati.  
A Lucca si è ricordata giustamente l’origine, la presenza lucchese di Arturo e i suoi profondi legami con la città, dove ha voluto tornare per gli ultimi anni e per morire. Ma è giusto ricordare anche il rilievo, per tutta la cattolicità e non solo, del cammino di liberazione di Arturo e della sua vastissima azione in questo campo: dai boscaioli di Fortín Olmos, che aiutò ad organizzarsi in cooperativa, alla presenza itinerante come responsabile dei piccoli fratelli in tutta l’America Latina, fino alla vita a Foz do Iguaҫu, con la fondazione di Madre terra. Queste sue numerose iniziative degli ultimi decenni sono state ‘ereditate’, per così dire, da Mario de Maio e dall’associazione Ore Undici, che le ha condotte avanti con un impegno vastissimo. È una realtà che ha trovato attenzione anche a Lucca, con volontari che hanno partecipato e con istituzioni che hanno collaborato.

Inoltre non si può non sottolineare l’importanza della memoria e della sua valorizzazione; questo è il rilievo e il significato della scelta di Arturo di donare le sue carte, i suoi epistolari, ad un Fondo presso la Fondazione Banca del Monte di Lucca, che ne permettesse la consultazione libera. La Fondazione ha assunto, catalogato e valorizzato i molti carteggi sia italiani ed europei, che latinoamericani, dono di coloro che desideravano depositare tale materiale in una sede che ne garantisse la consultazione senza limiti e la valorizzazione. La Fondazione Banca del Monte ha inoltre promosso la raccolta degli scritti e degli articoli pubblicati in molte riviste italiane e straniere.  Molto ampia e meritevole è stata l’opera di questi ultimi anni che ha iniziato a valorizzare il materiale raccolto, offrendolo al dibattito cittadino e non solo.
D’altro canto la soluzione di offrire a sedi diverse e autonome il materiale di autorevoli figure della Chiesa non è certamente nuova né inconsueta. Basti ricordare le carte Roncalli, donate da Capovilla all’Istituto per le Scienze religiose, o la Fondazione Montini a Brescia, o l’iniziativa a Firenze, con l’accordo degli Scolopi, della Fondazione Balducci, autonoma dall’ordine religioso, e più recentemente la costituzione di un archivio delle personalità fiorentine, da Renzo Rossi a Chiavacci a Meucci e tanti altri, che si è costituito in modo autonomo, con una sede propria, con l’accordo sia di Piovanelli che di Betori.
Ma l’impegno, religioso, sociale e civile di Arturo ha la sua origine prima nel rapporto con Dio; Arturo scriveva nel 1963 da Fortin Olmos a Giovanni Villani: «Credi che non li vado a cercare i problemi; a volte mi sento tanto stanco di beghe che faccio il proposito di non guardare, e di non occuparmi di niente e poi mi ci trovo tirato per i capelli. Anche ora mi trovo impegnato in una lotta contro una società che per un secolo ha sfruttato la zona […]. In America del sud è facile facilissimo trovare persone che hanno 40/60 chilometri di campo e accanto persone che muoiono di fame. Come si fa a tacere? Sarebbe più facile, ma dopo non avrei più il coraggio di andare a pregare di credere in Dio. La mia fede la vedo sospesa ad abissi così terribili che mi fa paura. Se il Signore mi avesse chiesto solo la castità o un sacrificio personale, una cosa che avesse potuto restare fra me e Lui, sarebbe stato più facile, ma vuole, sicuro vuole questo impegno terribile fra gli uomini ».

Ma, povera tra i poveri, l’attenzione e la comprensione che Arturo ha saputo dare alla donna in America Latina, e alla sua condizione di sfruttata dall’uomo per il suo potere maschilista, gli ha saputo suggerire alcune pagine tra le sue più penetranti. Ha dedicato un volume ad un tema difficile e che poteva suscitare non poche diffidenze: Il sacerdote e la donna (1996), che ha un sottotitolo già significativo: L’esperienza della relazione con il femminile e la verità della Chiesa. La figura di Gaudy è al centro del suo volume Camminando s’apre cammino (1977); attraverso questa amicizia e questa figura Arturo rilegge i limiti della cultura maschilista latino-americana, che spesso usa e sfrutta la donna per i suoi desideri sessuali senza accoglierla come persona. Ma Gaudy diviene anche immagine delle carenze della cultura ecclesiastica occidentale, che non ha saputo valorizzare il grande possibile contributo della donna e ne emerge una messa in discussione radicale del ruolo della donna nella Chiesa e nella ricerca della verità: «Gaudy era una donna che portava su di sé le ferite di tutte le donne del Caribe: due bambini con un padre che si affacciava alla porta di tanto in tanto, quando lo riscaldava l’alcol. […] Davanti a Gaudy ho scoperto il peccato del maschio. Lei si accostava al nostro dialogo con la sua esperienza di donna cercata e inseguita come sesso ma rifiutata come persona. Io vi giungevo con la mia storia di persona accolta, accettata, combattuta, perseguitata, ma mai negata. […] l’America latina ha dato una svolta fondamentale alla mia relazione con la donna e al senso del mio celibato. Potevo scoprire il significato dell’espressione “eunuchi per il regno”: il celibato non è solamente una inibizione, ma è la base per scoprire la possibilità dell’amicizia tra la donna e l’uomo, che ho sempre considerato essenziale nella complementarità tra l’una e l’altro. […] Tutta la nostra cultura occidentale è fredda, violenta e arida perché manca del vero contributo della donna, ne ha paura e blocca la sua fondamentale originalità. […] Mentre la teologia tradizionale è un’astrazione rivolta a definire in modo ineccepibile e definitivo la “Verità”, la teologia della liberazione è cammino nella storia, è lettura del messaggio di liberazione che Dio ha portato al mondo e la cui interprete più intelligente è proprio la donna ».


S. Scatena, In populo pauperum. La chiesa latinoamericana dal Concilio a Medellin (1962-1968), Il Mulino, Bologna 2007, pp.223-225.

A. Paoli, <<Vivo sotto la tenda>>. Lettere ad Adele Toscano, a cura di Pier Giorgio Camaiani e Paola Paterni, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 388-389. Tutta la lettera è anche un commento al testo romano.

A. Paoli, Hanno ucciso il pastore: il martirio di Enrique Angelelli, in In mezzo alla tempesta. I piccoli fratelli del vangelo in Argentina (1959-1977), a cura di Patricio Rice e Luis Torres, Edizioni La Collina, Località S’Otta – Serdiana 2011, pp. 297-286.

Lettera di Arturo Paoli a Gianni Villani del 18 dicembre 1963, Fondo Arturo Paoli, Banca del Monte, Lucca, CV, citata in A. Paoli, Dialogo della liberazione, prefazione di S. Soave, II ed., Nino Aragno editore, Torino 2012, p.XXI.

A, Paoli, Camminando s’apre cammino,II ed.,Cittadella, Assisi 2002, pp.23-28, citato in S. Pettiti, Arturo Paoli “Ne valeva la pena”, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 149-151.


 



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